Torino, 16 giugno 2025
Le Relazioni che abbiamo ascoltato verranno qui ritratteggiate, pur tuttavia, per quel che allo scrivente sembra un motivo di “logistica interna”, in un ordine inverso rispetto al quello con cui sono state tenute (per, allora, motivi “protocollari”). Il punto di partenza è quindi quello inerente la formazione del Carabiniere e, più esattamente, quello dell’Ufficiale dei Carabinieri, tenendo conto come in essa si incontrano – e talora si “scontrino” – due “modelli formativi”, entrambi necessari, e però non necessariamente coerenti: l’Arma dei Carabinieri, già prima Arma dell’Esercito ed ora Forza Armata autonoma, pur rimanendo sotto il “cappello” del Ministero della Difesa (a differenza ad esempio del “Corpo” della Guardia di Finanza: militare sì ma che opera nel contesto M.E.F. – salve eventuali diverse dipendenze “funzionali” -, non esistendo altri corpi di Polizia militarizzata in Italia) si trova così a vedere concorrente le capacità del “decisore militare”, spesso manifestatesi sotto l’impulso dell’urgenza, che travalica la necessità di una piena informazione, e di un pieno confronto con altri responsabili (il “comandante” è spesso solo), con la coartazione di parametri anche etici, quali la ponderatezza e l’accurato vaglio di costi e benefici – imposta dal non poter “perdere tempo” -; e la formazione dell’Ufficiale di Polizia Giudiziaria (ed anche di Polizia di Sicurezza), che usualmente opera con tempi non necessariamente brevi nel raffronto continuo con altre Istituzioni (la Magistratura, la Questura, la Prefettura) in un ambito che vede l’intervento “umano” dell’Ufficiale – più che “decisore”, se non in ambito interno, quale valutatore e mediatore – nei confronti delle vittime dei reati, con l’ovvia esigenza di un sensibile ascolto, dei testimoni, con l’altrettanta ovvia esigenza di evitare il loro scoraggiamento (nessuno assume volentieri la veste di collaboratore di giustizia), ed anche degli autori dei reati, giuridicamente innocenti sino ad una sentenza definitiva di colpevolezza. L’apparente contraddizione viene prospetticamente sanata, dopo il 1° biennio di studi nell’Accademia di Modena – sia pure in un àmbito formalmente un poco separato da quello di frequentatori per le altre Armi, ma significativamente più indirizzato alla formazione del “militare” –, nel successivo triennio preso la Scuola Ufficiali di Roma, con l’intervento più che significativo di docenze universitarie esterne (portatrici quindi di mentalità non militare), con i corsi vieppiù indirizzati alla conoscenza di dati giuridici, criminologi e tecnici (nell’evoluzione degli strumenti scientifici di indagine), ma comunque protesi, sul finire del triennio, alla sollecitazione delle doti umane di sensibilità, di approccio, di pazienza e di intuito dell’Ufficiale, che pur non negligendo la sua parte militate, gli permettano l’immedesimazione in una attività che, pur svolta in divisa, è però contenutisticamente “civile”. Questo l’insegnamento della Relazione del Gen. Paterna, da cogliere nei dettagli dell’organizzazione di istruzione largamente illustrataci. È su questi presupposti che può essere compresa l’altra parte della serata, sull’intervento dei Carabinieri in Gibuti ove sono stati svolti compiti al tempo stesso di Polizia e “da Soldati”: nella formazione della Polizia gibutina e nell’addestramento di combattenti somali (né può essere negletto il ricordo di come la Somalia sia stata prima colonia dell’Italia e poi da questa amministrata su mandato delle Nazioni Unite, mantenendo comunque contatti più o meno labili, ma costanti, pur nelle convulsioni di questo Paese preda di conflitti para-tribali e di conflitti esterni, come con l’Eritrea ed il già Somaliland Britannico). Se questo può dare spessore semplificativo, soprattutto all’estero della duplice funzione dei Carabinieri, soldati ed investigatori di Polizia, la Relazione del Gen. Calabrò ha permesso di conoscere una realtà minuscola, ma geo-strategicamente importante (humbilicus mundi) per il controllo del vitale stretto di Hormuz, ambito come sede di basi da americani, cinesi, francesi…, tutti ben accolti in cambio di costose strutture dal certo non democratico Paese (due Presidenti in quasi 40 anni!), in uno contesto sociale connotato da ricchissimi e poverissimi, da abitazioni lussuose e da autentiche bidonvilles, ove la droga è più o meno riconosciuta quale strumento di controllo sociale: il tutto confortato da certamente interessanti fotografie. Grazie, conclusivamente, ai Relatori per questo, ancorché parziale, disvelamento a noi cittadini del funzionamento operativo e formativo di una parte significativa e di una significativa struttura del nostro Stato.
Valeriano Ferrari
