Torino, 10 febbraio 2025
Riassumere in una pagina la complessa relazione del dottor. Maurizio Davi, soprattutto in quanto le sue comunicazioni sono state ampiamente documentate da riferimenti anche statistici in materia tanto finanziaria che tecnologica, in una pressoché inscindibile concorrenza, potrebbe, ed anzi è obbiettivamente difficile, ma è relativamente agevole individuarne il filo conduttore, cioè il “punto focale” intorno al quale si sono sviluppate tutte le informazioni e le considerazioni anche implicite, che sono state sottoposte all’attento uditorio.
Da un lato abbiamo, si è visto, una viepiù crescente concentrazione di ricchezza finanziaria (basti pensare che nell’indice statunitense di borsa, fra cinquecento titoli, tre di fatto assorbono quasi totalmente la complessiva capitalizzazione (e non solo in America, atteso che anche in Germania la grande capitalizzazione “stacca” nettamente rispetto alla crisi che invece connata anche con la, in un lungo periodo di “crescita zero” o addirittura di “decrescita”, la media e piccola impresa); ma, nell’altro, lo stesso avviene ove si consideri, – ciò che tuttavia non è sempre, come meglio vedremo fra breve – anche separatamente, l’aspetto essenzialmente tecnologico: perché una elevata percentuale delle medie e piccole imprese, soprattutto in Italia non è al corrente degli sviluppi tecnologici nel controllo di gestione, nella valutazione dei rischi, nell’impiego anche di modesti software, negli elementari processi produttivi e commerciali (e, per quanto segnatamente riflette il nostro Paese il “vecchio” pregiudizio per cui “piccolo è bello”, esclude le Aziende a carattere famigliare dalla catena di conoscenze, dalla acquisizione dei dati primari sino al loro impiego di produzione e post-produzione, che sarebbe possibile soltanto in un ampio collegamento di rete, invece individualisticamente negletto).
Fermo restando che anche in Europa, in Paesi a noi vicini come la Francia, questo fenomeno è comunque meno accentuato, per la maggiore presenza di imprese pur non grandi ma che contano già parecchie decine o qualche centinaia di dipendenti, ciò si ripercuote sulla carenza di competitività del nostro apparato produttivo, che potrebbe essere compensata da una maggiore frequenza di collegamenti – guardati invece con “distacco” dagli imprenditori – fra la medio-piccola industria e l’Università, anche per il reperimento di giovani talenti che potrebbero essere in grado di rivestire il ruolo di figure competenti alla evoluzione del nostro sistema industriale. Queste notazioni tuttavia non hanno rappresentato il “cuore“ di quanto tratteggiano il dottor Davi, che non ha potuto omettere una preoccupazione che deriva dalla trasformazione viepiù accentuata del mondo finanziario, resa possibile dalla tecnologica digitale e dal quel che usiamo chiamare Intelligenza Artificiale, per cui ciò che è “grande” è destinato a divenire sempre più grande, sostanzialmente “cannibalizzando” i piccoli “sempre più piccoli” (non posso, nel redigere questo bollettino, non ricordare che nella messa di Pasqua di rito Anglicano di qualche anno fa il Arcivescovo di Canterbury lamentò che mai vi fossero stati prima così pochi “ricchi sempre più ricchi” e “così tanti poveri sempre più poveri”, chiedendosi fino a che punto ciò fosse possibile fino alla rottura dei rapporti e degli equilibri sociali): il dottor Davi ha evidenziato come il mondo finanziario in un certo qual modo “generi se stesso”, in un vorticoso ritmo di acquisti e vendite, di titoli trattenuti talora per pochi minuti, nella soggezione a programmi computerizzati, che di fatto impediscono la valutazione contenutistica dei titoli stessi, laddove pochi fondi di investimento, che da soli raccolgono l’enorme prevalenza dei risparmi, di fatto hanno la voce in capitolo nei Consigli di Amministrazione nella gran parte delle società multinazionali (si può aggiungere; considerando la politica), peraltro raccogliendo i risparmi degli investitori medio-piccoli su scala mondiale, spesso in un contesto di “scatole cinesi” che ne convogliano il movimento in un contesto rappresentato dalla esigenza di acquisirne sempre di più per l’autofinanziamento anche sul modello dell debito pubblico degli Stati su copia di quello che avviene degli Stati Uniti, ormai al livello del 120% del pil e oltre il 6% del disavanzo annuale esso costretto ad essere ricoperto da emissioni sul quale il Tesoro americano paga interessi ben oltre 1.500 miliardi di dollari di interesse all’anno, per la più parte in possesso di Paesi e risparmiatori stranieri (cfr Giappone).
Questo enorme convogliamento di denaro, governato da algoritmi che vengono in parte individuati dalla Intelligenza Artificiale [che, come Crono che divora i suoi figli, viene usato per lo sviluppo riflesso della stessa, per quanto possa realizzarsi (la Francia insegna) anche in realtà più ridotte (Mistral)], può indurre il dubbio o meglio il timore di una “bolla” come già verificatosi in passato, per sfuggire alla quale occorre prestare la massima attenzione, anche con l’uso della tecnologia, che tuttavia non prenda il sopravvento sulla valutazione, che dovrebbe essere effettuata alla luce delle competenze umane.
È chiaro che il dottor Davi non può e non avrebbe potuto “prevedere il futuro” ma il rischio di un “avvitamento” fra tecnologia e finanza non può essere disatteso, e se pur (il commento è del Redattore) “piccolo non è sempre bello”, in questa prospettiva potrebbe essere si un vincolo alla crescita, ma anche una salvaguardia rispetto a sconsiderate esposizioni.
Valeriano Ferrari
